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sabato 14 settembre 2013

lasciare andare o lasciarsi andare

puoi lasciare andare e smetterla di creare resistenza verso l'abbondanza, la gioia, l'amore, la luce, cercando in tutti i modi di creare una vita misera e di nascondere la luce per creare il buio....
puoi abbandonarti, senza perderti, nelle acque accoglienti della vita, rimanendo saldamente ancorato dentro di te, senza alcun punto d'appoggio esterno...
puoi finalmente smettere di pensare a cosa fare, come farlo e quando e che cosa ne conseguirà, puoi goderti il viaggio, il paesaggio...

oppure

puoi lasciarti andare, smettendola di essere stabilmente dentro di te, andando alla deriva, lasciando che le forze meccaniche prendano il sopravvento nella tua vita. ed è quello che avviene quando non agisci in totale presenza. perdi te stesso e diventi come una biglia in un piano inclinato, la sua traiettoia, la sua velocità, dove passerà e quando, cosa incontrerà nel cammino, ogni cosa è precisamente calcolabile, perchè è in balia di forze meccaniche, conoscendo il suo stato attuale si può conoscere passato e futuro. ma se si diventa presenti, se ci si risveglia, ci si anima e si può finalmente agire e smetterla di essere agiti.

se non sei presente, sforzati di esserlo.non esiste cosa più importante.
se non ti sforzi di essere presente ti lascierai andare nell'oblio...se sei prensente potrai lasciarti andare nel fiume della vita che ti porterà nell'oceano della presenza eterna.
la differenza può non essere colta all'inizio, ma le due cose, seppur le stesse, sono su piani differenti, in un piano esiste ancora la morte, nell'altro no.

in un piano lottiamo e ci disperiamo nell'esistenza, nell'altro gioiamo e lodiamo l'esistenza. non sono piani fisici differenti, ma stati di coscienza differenti.

ecco qui un esempio di come la percezione della realtà cambi la realtà stessa:

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell'aldilà' e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno. Un angelo lo accontentò e lo condusse all'inferno. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi e pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.

"Com'e' possibile?", chiese il samurai alla sua guida. "Con tutto quel ben di Dio davanti!".
"Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all'estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca".

Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone assolutamente identico all'inferno! Dentro l'immenso salone c'era l'infinita tavolata di gente; un'identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all'estremità per portarsi il cibo alla bocca.

C'era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.

"Ma com'e' possibile?", chiese il samurai.

L'angelo sorrise.

"All'inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino".